L'Anima è Supposta Ma Si Prende Per Via Orale: Andrea Rossetti e il Rovescio di Carmelo Bene
Dario Carbè: Nel cambio di segno, ontologico, del suo teatro, in ché questo si dichiara antisimmetrico rispetto al teatro nichilistico beniano - verso il quale comunque non cessa di voler mantenere una parentela di riferimenti omonimi -, qual è il punto di unione? quale il perno del ribaltamento o, meglio ancora, l'invariante algebrico?
Andrea Rossetti: La risposta a questo interrogativo è contenuta nella conversazione "La brutalità del necessario", terzo capitolo della prima parte di "Sono sparito alla Madonna", il mio libro sul teatro uscito per le edizioni Marco Valerio di Torino. In breve, direi che l'invariante è rappresentato dalla dissoluzione del testo e quindi dell'attore nel e insieme al testo medesimo. Il mio teatro, come quello di Bene, è parassitario rispetto alla drammaturgia e distruzionista nei confronti del ruolo dell'attore, chiamato a disidentificarsi per "essere" persona, cioè pienamente maschera. La separazione dei percorsi si evidenziò però quando io, osservando come la prospettiva nichilistica fosse in realtà la propaggine estrema di una volontà di potenza propria della tradizione metafisica, derridianamente e heideggerianamente intesa, intuii anche come il percorso potesse essere compiuto solo nel recupero di un'indeterminata finalità ontologica, davvero e finalmente mortale per la fenomenologia poetica del testo e del suo contesto attoriale inteso come tradizione sociale e culturale. Se il nichilismo ha costretto Carmelo Bene a fermarsi sulla soglia di un rigoglioso tessuto metaforico barocco assolutamente fondato (con forza) sull'imponenza dell'attore-personaggio, io, con fare monacale, ho cancellato me stesso insieme alla poetica testuale in una sorta di predisposizione ontologica inesauribile, che trascende la metafora barocca nell'anticipazione - tradizione incompleta all'incompletezza - della classicità.
D. C.: Dunque quella di Bene sarebbe l'esperienza di un clamoroso fallimento, se lo stesso Bene, almeno l'ultimo, pretendeva a suo "non-modo" di essere fuori dalla metafisica - e, parafrasando le sue provocazioni, "privato" di qualsiasi scoria volitiva, che ne è il ritorno - nel suo volersi apparentare a Derrida.
A. R.: Non direi che l'esperienza beniana sia stata fallimentare, anzi: riconoscerne l'incompletezza rispetto alle intenzioni – se pure d’intenzioni è lecito parlare - del suo stesso artefice non significa dichiararla fallita (ogni esperienza è un passaggio indifferente al proprio autore, se anche Einstein si ostinava a rifiutare l'idea di un universo in espansione). Carmelo Bene ha compiuto la parabola che Antonin Artaud aveva lasciata ferma alla pura teoria. Non dimentichiamo anche la "macchina attoriale", idea alla quale io stesso devo moltissimo. L'equivoco di fondo è analogo a quello che mina la coerenza del cosiddetto "pensiero debole" di Gianni Vattimo: il nichilismo, lungi dall'essere assenza di fondamento, è invece la scelta "forte" di un fondamento negativo. Per la sua focosa opera di dissoluzione Carmelo Bene aveva bisogno di essere personaggio e non persona, maschera pura. Questo l'ha reso interprete attendibile e coerente di una sorta di estremo decadentismo barocco e metaforico (lui stesso, in chiave antinovecentesca, si dichiarava un figlio dell'800). Ma ciò che è decadente è ben lontano dall'essere decaduto. Il problema sta nel concepire la dissoluzione come "opera" a partire da un soggetto e non invece, alla mia maniera, come un destino al quale rimettersi. Ritengo, però, che la circostanza nichilistica e barocca del teatro beniano (che ha il merito indiscutibile e "profetico" di non essere sopravvissuto alla morte dell'attore-personaggio) debba essere considerata come la condizione a priori della mia prospettiva ontologica che dal barocco dell'attore-personaggio porta all'anticipazione della classicità dell'attore-persona.
D. C.: "Ritengo, però, che la circostanza nichilistica e barocca del teatro beniano [...] debba essere considerata come la condizione a priori della mia prospettiva ontologica..." Può spiegare meglio questa affermazione? Significa forse sostenere, heideggerianamente, che l'esperienza beniana è necessaria perché possa essere superata una volta per tutte? Non si ricade nel circolo vizioso fra necessità-di-un-destino e destino-di-una-necessità? Ovvero quello che è apparentemente un esito della volontà, il rimettersi a un destino, altro non sarebbe che il destino di una volontà, quella dissolutoria, come se rimettersi a un destino obbedisse alla volontà invisibile dello stesso destino che ci trascende, in un movimento circolare?
A. R.: Anche il rapporto con la necessità è trattato nella conversazione "La brutalità del necessario" che ho citata. E’ opportuno chiarire, però, che qui la volontà non c'entra. Il destino non ha nulla a che fare con l'assunzione di una responsabilità dissolutoria soggettiva. In Bene questo sussisteva perché il nichilismo è volontà di potenza ma la necessità del teatro beniano non è - rispetto al mio lavoro - "utensile" del suo superamento. Io ho parlato infatti di "condizione a priori", di una circostanza che è necessaria in quanto data e che è data in quanto necessaria. Il rapporto tra me e Bene trae quindi origine da una semantica – ahinoi - diacronicamente fondata (nel tempo, quindi, e non nella volontà, immanente o trascendente che sia): in me non c'è alcuna volontà di superamento, perché se è vero che la metafisica è insuperabile - la si supera solo ricadendoci dentro - e che il nichilismo è una forma estrema di metafisica, allora il mio teatro ontologico sta a quello di Bene come dimenticanza, come oblio rammemorante. Un equilibrio ossimorico.
D. C.: Mi è chiaro perché la circostanza beniana, come a-priori del suo teatro, sia necessaria in quanto data, ma non capisco perché sia data in quanto necessaria.
A. R.: E' il circolo vizioso che è a monte di ogni presunto fondamento, la sola modalità logica per esprimerlo compiutamente: il dato è tale in quanto necessario e il necessario è tale in quanto dato. Ciò è pienamente ineludibile e, quindi, tanto dato quanto necessario.
* questo articolo nasce dalla trascrizione di una parte della conversazione che si è svolta tra Andrea Rossetti e Dario Carbè su Teatro e Poesia
Fonte: Article Marketing Italia
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