Il Filo Di Arianna - Io E Primo Levi

Sono corsi fiumi d’inchiostro sulla figura dello scrittore Primo Levi e sulle sue opere, ma, in verità, non avevo mai letto un saggio tanto originale e straordinario come quello di Lucia Veneri dal titolo: Il filo di Arianna – Io e Primo Levi, pubblicato recentemente dalla casa Editrice Italia Letteraria di Milano.

Lucia Veneri è una donna semplice, umile, ma dal forte temperamento. Lei si definisce un’autodidatta ma non si sente un’intellettuale e “un’addetta ai lavori”. Invece noi affermiamo che possiede una vivida intelligenza e una eccezionale capacità di cogliere nelle pieghe più nascoste dell’animo umano.

Perché è straordinario il suo saggio? Perché ha saputo scavare nel profondo dell’anima dello scrittore e fare emergere l’uomo, la sua fragilità, la sua solitudine, questo anche grazie alla felice circostanza di avere dato vita ad una corrispondenza epistolare con lo scrittore, che è durata molti anni e si è spenta qualche settimana prima che lo scrittore morisse suicida.

La scoperta di Primo Levi, Lucia Veneri la compie il 15 settembre 1980, periodo in cui frequentava corsi serali per lavoratori studenti. Lì ascolta, assorta e composta nel proprio banco scolastico, l’insegnante, intenta alla lettura di brani del romanzo autobiografico “Se questo è un uomo”. Ne è “folgorata” e vuole approfondire la conoscenza dello scrittore.

Si procura il libro, lo divora nel silenzio e nella quiete notturna, nello spazio di qualche notte, mentre in casa tutti dormono. In seguito leggerà e assimilerà il contenuto di tutte le altre opere dello scrittore torinese e ne immortalerà sulla carta tutto ciò che la colpirà.

Da qui nasce il suo saggio che può essere definito una perla di saggezza. Nell’apertura della sua “Nota dell’Autrice” scrive così: “Scrivere di Primo Levi non mi è stato facile, perché mi sono dovuta calare in tre momenti: in una parte di storia del XX secolo, nel riprodurre il dialogo con l’autore e nel confrontarmi con l’oggi.

Quando si amano le opere di un grande ingegno si fa appello sempre alla ponderatezza e alla profondità dei valori umani e artistici in esse profuse, per cogliere anche qualcosa di diverso di quei fatti storici arcinoti. L’ansia e il gusto di poter scoprire altri aspetti dell’uomo Levi, parlare dei suoi libri è come entrare in un’altra dimensione”.

“… Da ogni suo libro si ha un insegnamento, un pensiero, un sentimento. Vi è anche il coraggio indomito, l’amicizia, il perdono e la dignità dell’uomo. Sono oltremodo consapevole di avere avuto un dialogo straordinario con lo scrittore, incomparabile come nessun altro. È stato anche scambio d’amicizia e affetto durato anni, lo affermo con discrezione, con soggezione e profonda stima. Con questo saggio intendo rendere omaggio non soltanto alla sua memoria ma a tutto il suo ingegno. Ricordo la sua figura e mi abbandono a pensieri malinconici che hanno i colori della fantasia, dell’immaginifico, fingendo che il nostro dialogo interrotto prosegua con l’ultima lettera, giunta a lui in ritardo perché affidata al vento, ma che continua inarrestabile a portare la sua testimonianza nel terzo millennio”.

“… Ho ancora nelle ossa il freddo pungente di un inverno torinese, quando per la prima volta ti venni a trovare. Tu non c’eri… Quante domande avrei voluto ardentemente porti durante la nostra amicizia, quante… ma di fronte a te mi sentivo tremare come foglie di pioppo mosse dal vento, mi vedevo piccola, muta, quasi in colpa;  io non ho visto, io ho sofferto molto meno. Quanto pudore ho trattenuto nel cuore, quanto… quanto avrei potuto offrirti!”.

“…Quanti maglioni sono rimasti gomitoli nel cassetto”. “… Le mie fragili mani tremano nell’impugnare quest’ultima penna, tremano oggi più di allora, quando con trepidante ansia il cuore mi galoppava in petto nell’attesa dell’arrivo di un tuo nuovo libro, di una tua lettera…”.

“Grazie mio triste poeta, il tuo scrivere mi ha insegnato e spinto a vivere profondamente ogni realtà quotidiana, l’amica emiliana, come tu amavi chiamarmi, di te parlerò ancora all’aria che respiro”.

Primo Levi dopo le terribili esperienze nei campi di concentramento di Auschwitz, dove fu deportato come ebreo, al ritorno in patria divenne scrittore soprattutto per l’impulso insopprimibile alla testimonianza di vita vissuta. Esordì come scrittore, appunto, con il romanzo di lotta resistenziale “Se questo è un uomo”, l’opera autobiografica più alta che sia nata dalla seconda guerra mondiale, negli aspetti più atroci, perché narra l’arresto, la deportazione, i lunghi mesi di sofferenza sull’orlo della morte, la disperata resistenza non soltanto per sopravvivere fisicamente, ma anche per salvare la dignità dell’uomo.

Lo scrittore conosce un modo di significare situazioni, personaggi, vicende, problemi morali, esatto, deciso, sobrio, di un’efficacia spoglia e, insieme, sublime. Il suo secondo libro “La tregua” racconta, in forma più distesa e oggettivata, la liberazione dal campo e il ritorno a casa; ha un’uguale forza tragica nella rappresentazione della resistenza estrema alla morte del corpo e dell’anima imposta dall’uomo all’uomo.

Fonte: Article Marketing Italia

Elda De Lauro


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