Periscopio Oltre Oceano: Gli States Di Barak Obama

Ore 18.00, 20 gennaio 2009, Italia. L’eco del giuramento del 44° Presidente degli Stati Uniti d’America rimbalza prepotentemente fra le onde dell’etere nazionale; onde captate da migliaia di antenne radio e tv che, pronte all’appuntamento, ne danno notizia.

Corre il giorno 24 gennaio 2009 e nel momento in cui scrivo, gli eventi riportati sono definiti. Non so quando questa mia analisi, questo mio approfondimento sarà pubblicato o se lo sarà, ma son lieto di farlo. Ci troviamo innanzi ad un evento epocale sia per il soggetto in esame, sia per tutti quegli eventi che hanno caratterizzato il secondo semestre del 2008. Un passaggio di consegne difficile, con mille problematiche e poche soluzioni. Un’eredità difficile per tracolli finanziari in una Wall Street avida e azzardata, amplificando le globalizzazioni “mordi e fuggi” con politiche di mercato volte al soggetto. E, neanche a dirsi, con un aumento delle attività belliche specie nel Medio Oriente, terra calda e sempre attiva per possesso di confini altrui, predominio del sottosuolo, imposizioni pesudo-religiose.

Un signore, un uomo dei giorni nostri, Barack Hussein Obama jr., è salito sul “colle” più alto della Terra, accomodandosi su quella poltrona tanto comoda ed avvolgente, quanto scomoda e forgiata dal calore umano dei suoi predecessori.

Barack ce l’ha fatta. Il bambino in Lui è diventato grande e con egli il sogno americano, molte volte riposto nel cassetto da pretendenti avventati. Il bambino di Honolulu, il giovane delle Hawaii, l’uomo di Chicago dal canestro facile, dall’hot-dog per merenda, ha coronato il sogno, il più grande.

Forte della sua esperienza nel sociale e nel multietnico, nella militanza di organizzazioni civili dove ne difende i diritti, Obama dal 2004 inizia il lungo percorso politico approdando al Senato Federale. E’ qui che si evidenzia come innovatore di quella politica che, pian piano ed in modo latente, sta ammodernando la logica del sistema “America”. Gran sostenitore di eguaglianza e pace, Barack jr. è sempre in prima linea per aiutare i più bisognosi, supportato anche dai colleghi dello staff dello studio legale dove lavora. Difatti, fin da quando studiava ad Harvard, fu sostenitore e poi presidente della più nota rivista giurisprudenziale universitaria; anche li, come oggi, fu il primo presidente afroamericano, il primo di colore in una società ancor oggi razzista e xenofoba per certi versi, segno (ma sempre con senno di poi) di una carriera ai vertici statunitensi. Non di meno fu la sua permanenza a Chicago, fra la gente di strada, che ne temprò il carattere.

Oggi, Barack Obama è il capo a stelle e strisce, colui che decide sulle sorti del globo, “quello che testardamente” ha deciso di contrastare da subito la minaccia terroristica intervenendo settorialmente su Al Quaida. Fermo e convinto sostenitore della pace, nel suo programma politico, ha previsto il ritiro dall’Iraq delle truppe americane entro sedici mesi, colpevolizzando Bush ed i suoi strateghi militari, rei di atrocità oltre le convenzioni vigenti. Attacca apertamente i metodi del comandante Petraeus, che con il suo datore di lavoro. Mr. Bush, erano i principali oratori del motto “Soli contro tutti”.

Barack è un uomo moderno, convinto che la pace si ottenga aprendo le porte relazionali con i capi nemici. Difatti, primo obiettivo, è incontrare i capi di stato dell’Iran, della Siria, della Corea del Nord, cercando dialogo e soluzioni ma “solo dopo attenta preparazione a livelli inferiori”, parole che hanno tuonato a tal richiesta sui cieli orientali. Ma è anche un uomo convinto che alla forza si risponde con la forza laddove il dialogo viene interrotto, non ascoltato, dove la forza nemica è terrorismo verso popoli indifesi, sostenendo che trasferirà 7000 soldati dall’Iraq all’Afghanistan.

Come vedete, Obama non è l’uomo della pace negoziabile, ma della pace “e basta” sostenendola anche al di sopra delle sue convinzioni non belliche, intervenendo “forzatamente” anche verso un terrorismo insostenibile.

Obama è come un fulmine a ciel sereno, dirompente. L’uomo che gli States attendevano da tempo, … così pare, o quello che ci fanno credere, speriamo. Non è un duro, è semplicemente uomo con difetti, pregi e timori. Nel pronunciare il solenne giuramento sulla fedele Bibbia di Abramo Lincoln, Obama s’impappina, guarda nel vuoto quasi si fosse perso o risvegliato dal “Big Dream”; poi sorride e rivolge lo sguardo a Michelle, la moglie, cercando conforto, sostegno, approvazione. Ragazzi, questo è l’uomo, il padre, il marito, come tutti noi, di chi ha scelto la famiglia come missione.

Io credo che Obama sarà il protagonista, per i prossimi anni, della rinascita degli “States”. Lo dico perché, a differenza del suo predecessore, non ha iniziato con le vecchie regole per poi adeguarsi al sistema, risultato poi obsoleto e stantio. Barack irrompe in una leadership alla deriva, controversa, mettendo ordine e ponendo regole, ma soprattutto imponendo il suo mandato. E’ in carica da pochi giorni e già fa sentire il suo polso: ad Al Quaida “saluta” con droni mirati al ceppo madre, ai laici da il benvenuto promuovendo più ricerca sulle cellule staminali e favorendo una politica sull’aborto. Contrariamente, riceve i primi fischi dai gruppi di pace e dal mondo cattolico, pur spiegando che priorità assoluta è salvare vite umane “malate e abbondanti”.

Il 44° Presidente degli U.S.A. promuove un nuovo piano sanitario pubblico alternativo incentivando sia i cittadini che le imprese col fine di rendere fruibile l’assicurazione sanitaria anche per i più bisognosi e lavoratori dipendenti. Sostiene con fervore che finanche i bambini debbano essere coperti da assicurazione sanitaria e nel contempo si attiva per implementare i fondi al programma “Medicaid”. Ed il tutto dettando nuove regole alle compagnie assicurative che, grazie anche al programma di sostegno sulle tecnologie informatiche sanitarie e trattamenti delle malattie croniche, si vedranno moltiplicare le richieste.

Non c’è che dire, il nuovo Presidente ha le idee chiare. Per lo meno in campagna elettorale son tali.

Ereditare una situazione economicamente catastrofica, seconda solo al ’29, gli è stato, a quanto pare, propulsore per cambiare.

 “Yes, We Can”, “Si, Noi Possiamo”.

Obama fa leva sul popolo americano, sulle loro convinzioni ed esperienze, sulla loro storia, ricca di vittorie, un popolo che ha voluto ed ottenuto il meglio. E lo fa anche con lo strumento più diffuso al mondo: comunicare in rete, via Web. Intelligente ed innovativo.

Costringere le imprese a rivedere le imposte sui redditi faraonici dei suoi manager, per poi reinvestirli in servizi per i lavoratori e pensionati, fa di Barack Hussein Obama jr. il dissacratore delle vecchie finanze ancorate al concetto di onnipotenza. In campagna elettorale ha evidenziato questi temi convincendo il popolo a preferire le sue linee guida; il popolo lo ha votato ed incoronato.

Ora deve solo mantenere le promesse, o per lo meno attuare quelle di maggior spessore ed importanza sociale, tema su cui verte la sua elezione. Guai a farle divenire promesse da marinaio. Non è che il sistema sia fertile, ma lo sforzo dev’essere fatto.

Migliori accordi di scambio commerciale con apertura a paesi “ostili” sulla politica americana, sono al centro del programma di Obama, preservando il più possibile l’ambiente con le sue risorse ed il lavoro. Che abbia preso spunto da Al Gore? O forse ha letto il libro “Una scomoda verità” presentato dal Premio Nobel per la Pace a Milano con tanto di “pompa magna” in auto ecologica all’idrogeno? Chissà, ma è evidente una netta e chiara volontà nell’investire per i prossimi anni sull’alternativo energetico. 150 milioni di dollari saranno investiti sulla ricerca e sviluppo dell’energia solare, eolica, fotovoltaica e finanche su quella prodotta dalle maree. Nel contempo però si riserva di osservare il mondo economico per evitare esuberi in energia nucleare, riducendone, si spera, l’utilizzo e favorendo sempre più la ricerca di petrolio nei suoi confini. Se farà questo, vuol dire che il neo Presidente è intenzionato a diminuire l’Effetto Serra? Sicuramente. Però, ricordiamoci che gli Stati Uniti hanno un peso ed una colpa rilevante a tal Effetto; non a caso è uno dei paesi non firmatari del Protocollo di Kyoto, il paese con un numero elevato di industrie, le quali rilasciano nell’ambiente uno dei più grandi quantitativi di gas che generano l’Effetto Serra. Ricordiamocelo, perché può essere un boomerang mortale per l’attuale amministrazione. Saggio sarebbe firmarlo quel Trattato, naturalmente tenendo conto di tutti quegli aspetti garantisti per non diminuire la produttività, rendimenti, forza lavoro. Anzi potrebbe essere un incentivo a dare rilancio all’economia, sfruttando sapientemente nuove tecnologie e la ricerca, garantendo l’impiego di risorse umane.

Il rilancio economico di Barack Obama comprende anche più infrastrutture e consolidamento di quelle esistenti; ha programmato 60 milioni di dollari in dieci anni, e non è una passeggiata. Non lo è anche quella per gli sgravi fiscali: 3000 bigliettoni verdi per unità lavoro da elargire alle medie/piccole imprese, favorendo la crescita occupazionale ma solo dopo aver convinto gli istituti di credito a dar maggiori garanzie.

Guardate che, analizzando nel dettaglio il programma di rilancio economico messo a punto da Obama, sembra ripercorrere al contrario quel percorso che determinò la grande crisi economica del 1929, uno forza d’urto che sgretolò il Sistema America del tempo, che si pavoneggiava per gli eccessi di risparmi e di crediti bancari, tassi d’interesse bassi elargiti ad imprese con richieste basse di mercato (e poi si scoprì che i tassi furono volutamente congelati nel periodo di massima insufficienza di consumo, causando il collasso del mercato ed il fallimento di migliaia d’imprese ed istituti di credito non in linea con le banche).

Un programma serio ed impegnativo, dagli aspetti rivoluzionari per un’America oramai ferma, un programma raggiungibile ma con l’aiuto di molti; quei molti che oggi dipendono dall’economia d’oltre oceano, un aiuto fondato sull’apertura dei mercati mediante leggi meno burocratiche, un aiuto sulla continua collaborazione costituzionale, per la sicurezza, sulla ricerca e l’ambiente, sugli investimenti e scambi monetari. Un programma che, a mio parere, raggruppa direttamente tutti i paesi occidentali, e coinvolge quelli orientali ad un’apertura significativa. Una “Globalizzazione nella Globalizzazione”, fra Stati come le Multinazionali.

Yes, We Can”, ovvero “con il cuore e la passione, ce la possiamo fare”, così ieri lo interpretava la conduttrice M. De Filippi in un noto show televisivo. Cuore e passione, ingredienti importanti per la riuscita; ma non bastano. Obama fa leva sul popolo, sul suo cuore, sulla sua passione e fa bene, ma il Presidente dev’essere razionale, avere quel distacco che serve e servirà a decidere nel momento opportuno, sacrificando un po’ del suo popolarismo per il bene del Paese e degli Alleati.

Ora, però, accontentiamoci del presente fatto di restrizioni, chiusura, innovazione dove possibile (e non è poco).

A Guantanamo le carceri sono già meno dure e nel giro di dodici mesi non ve ne sarà più traccia; in parallelo, anche le carceri segrete della C.I.A. seguiranno la stessa sorte, mentre sarà reso più “umano” l’interrogatorio dell’Intelligence.

L’Open Source entra alla Casa Bianca con il famoso pinguino di Torvalds, Linux, il sistema operativo per computer e server, così riducendo spese per licenze e manutenzioni informatiche; e che se ne dica, aumentando esponenzialmente la stessa sicurezza informatica.

A tal proposito, sapete che accade in Italia? Brunetta, il caro ministro, ha firmato un accordo con la Microsoft per la digitalizzazione delle strutture pubbliche e lo fa a costo zero, per ora; poi, fra manutenzione, licenze da rinnovare, eventuali (sicure) falle nel sistema informatico, vedremo dove “pescherà” i fondi per ristabilire il funzionamento. Non era meglio copiare Obama, caro ministro? Linux non ha di questi problemi, o per lo meno sono ridotti al minimo.

Obama sta seminando e come un buon e sapiente agricoltore, attende che la natura faccia il suo corso; a raccolto maturo, beneficerà dei frutti attesi. Ma l’America è avanti rispetto al “Vecchio Continente”, avanti di anni. La tecnologia e la ricerca statunitense è futuristica in Italia, l’economia fa sentire i suoi effetti solo dopo mesi, tanti mesi. E ciò non fa sedere sugli allori i blasonati economisti americani. In Italia, invece e come al solito, si attende l’ondata d’oltre oceano. Io non sarei così loquace; reagire al flop economico a “stelle e strisce”, dovrebbe essere formativo per i nostri investitori, come se stessero frequentando uno stage. E per tale azione, l’invito è quello di approfittare del lasso temporale che ci divide con il Nuovo Continente, tempo da dedicare, se permettete, al monitoraggio dell’andamento economico statunitense ma non solo delle borse, ma anche delle piccole imprese, del loro sviluppo, dei competitors del terziario, una ricchezza che secondo il programma politico di Obama, dovrebbe rialzarsi non prima di un anno.

Oggi gli Stati Uniti d’America ci stanno facendo pagare amaramente il tributo versato per quelle imprese che hanno investito in altrettanti investitori poco leali, investitori truffaldini cui noi avevamo riposto fiducia e speranze. Finanche nel giorno del giuramento del 44° Presidente U.S.A. la finanza mondiale ha traballato, causando perdite di capitali europei nell’ordine dei 200 milioni di euro.

Allora, che è successo? Barack Obama ha perso la fiducia dei suoi elettori? Non è stato credibile dopo il mega show con la partecipazione di pietre miliari del rock come U2, della performance di Beyonce, del popolare intramontabile patriottico Bruce Spriengsteen, ed altri ancora?

Non credo. Il popolo americano penso che abbia giocato in difesa, non diffidente, ma cautelativo.

A presto avremo la spallata, a presto il motore dell’economia statunitense riprenderà a girare e con esso quello mondiale; è solo questione di tempo, quanto basta per verificare l’attuazione del programma politico che sta prendendo forma e sta dando i risultati programmati. L’attacco alla meta è prossimo.

Diamo fiducia al Presidente ed al suo management; lo abbiamo fatto con Bush, non vedo perché non farlo con Obama.

Nico Baratta

Informazioni sull'autore

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Nico Baratta

Sono un operaio, con estrazione tecnica ma con la passione delle scienze umanistiche e dell'arte. Sono appassionato di giornalismo e sono cantore di Musica Sacra e Polifonica (http://www.cappellaiconavetere.it/). Promuovo eventi d'Arte per giovani artisti facendoli interagire fra loro e la loro arte. Unire pittori, scultori, fotografi, videomaker, musicisti, fumettisti, writers, poeti, con temi sociali, umani, di letteratura è la mia espressione per far crescere la Cultura alimentandola con le nuove leve che si confrontano. Politicamente sono attivo nel Partito Democratico, promuovendo iniziative volte al miglioramento dello "Status" della mia città di Foggia. Ultima iniziativa è la "Riapertura e Fruibilità degli spazi (chiusi) per l'Arte.
Sono Caporedattore della testata giornalistica telematica http://www.culttime.it/ e Responsabile della redazione di Foggia e Capitanata di http://www.newsgargano.com/
Scrivo liberamente anche per varie testate giornalistiche locali e free-pass, senza essere un pubblicista (sto cercando di diventarlo...) e per vari portali web locali. I mei articoli parlano di Sociale, Politica, Arte (da appassionato e non da critico), Cronaca, di Religione come criticità nella politica pur essendo un cristiano-cattolico.
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Fonte: Article Marketing Italia

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