Quote Rosa: L'insostituibile Valore Della Donna
Quanto è singolare questa denominazione.
Indica propriamente qualcosa di femminile, come se dovesse sottolineare un’affermazione, apostrofando uno “Status Quo” da legittimare.
Più lo leggo e più mi convinco che è fuori luogo, quasi l’opposto contrario di quello che realmente comunica, di quello per il quale è stato coniato.
Non perché non riconosce l’altro sesso come stato civile con tutti i diritti annessi e connessi. Semplicemente perché evidenzia uno stato presente ed affermato da anni, sembrando quasi una forzatura.
Una riflessione, la mia, venuta in mente nel giorno più maschile dell’anno: la Festa del Papà.
“Quota Rosa”, l’insieme di diritti femminili legittimati dal lavoro, dal mondo sociale, delle pari opportunità.
“Quota Rosa”, il numero di candidati di sesso femminile inserite, e perciò candidate, nelle liste elettorali valide per tutte le elezioni. Secondo il testo di legge approvato dal Consiglio dei Ministri, nelle liste elettorali dev’essere candidata una donna ogni tre uomini, una quota non inferiore al 33% del totale, favorendo così l’accesso al Parlamento.
Ridicola, molto ridicola, non la legge, ma chi la approva così ghettizzando la figura femminile.
Per me è un’offesa, è una forzatura brutale all’essere persona; la donna è un essere vivente che esiste e sempre esistita, partecipe alla vita, che da la vita. E’ l’essere vivente.
Ve lo dice un uomo, marito, genitore, figlio, lavoratore, che ogni giorno si confronta e vive con la donna, moglie, collega, antagonista o amica che sia, riconoscendone tutte quelle peculiarità, pregi e difetti, intrighi e complicità, insomma ciò che anche noi uomini abbiamo e che dobbiamo riconoscere e rispettare.
E’ facile dire che oggi la donna è pari all’uomo. Eppure per farcelo comprendere ci son voluti millenni.
“Quote Rosa”, lo spazio attribuito alla donna per produrre nel mondo del lavoro, uno Status femminile per identificare una loro piena affermazione nella società.
A me pare offensiva questo termine (e lo ripeto continuamente). Forse era legittimo quando l’azienda Italia introdusse nei vari Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro il diritto della donna al lavoro, sebbene quel tempo è stato antecedente a tal termine. Oggi, ieri prossimo utilizzato per reinserire la donna nel mondo del lavoro, una sorta di bella figura per chi da anni ha sempre rifiutato la donna come operaia, impiegata, manager, politica.
O mi sbaglio quando si afferma che le “Quote Rosa” non sono stato altro che il diritto a legiferare?
Comunque sia, la donna è vissuta un gradino sotto il maschio; ne dobbiamo prendere coscienza.
Ricordo con lucidità che 16 anni fa in un’azienda privata, appena sorta, s’incominciavano a stipulare i primi contratti interni, gli accordi si sede, quelli strutturati “ad Hoc” per il sito produttivo, non per l’azienda in toto. Ebbene, anche allora si parlava di lavoro alle donne e lo si faceva a percentuali, minime e poco ben accette. Si parlava intorno al 20% del personale totale operante, una cifra irrisoria, quanto bastava tener contenti i sindacati, consci e “prostrati” al volere del padrone. Lo si faceva con ghigno fra i denti, accentuando battute da bar sulle loro necessità. Pareva un colloquio paramedico senza senno. Ora, invece, in quell’azienda si sono ricreduti, assumendo donne ben oltre quella squallida percentuale, investendo sul lavoro femminile, apprezzandolo per la sua meticolosità, esattezza nello svolgimento dei compiti, rispetto della persona umana. Ma ci pensate, un’azienda di soli uomini, un ghetto ufficializzato, dal comportamento virile e dalla sintassi da stadio. Molto poco edificante, sicché per niente produttivo.
“Quote Rosa”, per me, status oggi offensivo verso la donna. E’ come se vi fosse ancora quel confine dei diritti e doveri fra uomini e donne. E si perché identificare uno Status con tale denominazione, sembrerebbe tenere le distanze, anteporre la persona allo stato sessuale, quasi un senso di sottomissione all’uomo, denigratorio, ritornare seppure ideologicamente, verso quelle mete del sol piacere.
A questo punto dovremmo parlare di “Quote Blu”, tanto per citare un colore al maschile, ipoteticamente da par condicio; un colore che identifichi anche noi uomini.
Invece non è così, perché noi siamo maschi e, si voglia o no, le reminescenze (anche attuali) fanno breccia nel più nascosto angolino della nostra mente. Un interruttore a riposo che innesca l’arco ad un comando preciso: io sono l’uomo, lei la “femmina”. Che poi, noi uomini differenziamo l’uomo dalla femmina, non dalla donna; questo è un passaggio importante nell’educazione mentale, una precisazione discriminatoria per far presente la sottomissione della donna a noi.
No, non mi piace questo fare , questo dire: c’è la donna e l’uomo, c’è la femmina ed il maschio, ma soprattutto c’è la persona, uomo o donna che sia, con egual diritti e doveri.
Che peccato per questi uomini tanto grandi fisicamente, quanto piccoli mentalmente. Una piccolezza racchiusa tutta nella loro convinzione senza scoprire cosa c’è di bello oltre i loro confini medioevali.
Le donne oggi, e finalmente, sono riuscite ad ottenere pari diritti a noi maschi (anche se molti se ne pentono o, a dir la verità, sono gelosi ed invidiosi); lavorano e contribuiscono in egual misure per la società senza essere di peso o ghettizzate come un tempo. Purtroppo, e lo dico con l’amaro in bocca, con dissenso ed il cuore in gola, sono oggetto di maschi poco uomini, non persone umane, ma bestie. L’incrementare dei loro abusi è a dir poco sconcertante, non è un ritorno al passato, ma un guardare al futuro nel modo più meschino e brutale che mai.
Incolpare gli stranieri è lecito se questi sono rei, ma il vero dramma che l’uomo è il fautore di certe azioni, senza distinguerne razza o cittadinanza. Casi di violenza ed abusi sessuali all’interno delle famiglie, mariti lasciati da donne esauste par la loro brutalità, donne vessate sul posto di lavoro, sono cronaca quotidiana, un rotocalco giornaliero che immancabile non desta più stupore, ma solo dissenso. Ed è qui che si percepisce l’entità del dramma, facendo passare in secondo piano il dramma della persona a favore di qualunquismi.
Mi sconcerta molto questo modo di vivere, chiedendomi se è giusto parlarne o procedere a tal difesa.
Il Governo fa fatica a varare leggi più restrittive con pene più severe, lunghe e sicure; contemporaneamente da via libera ai cittadini nel controllo del territorio, discute se interrompere il desiderio sessuale, lecito per tutti ma controllabile per alcuni. Un compromesso poco costruttivo, solo per limitare i danni, non per porre termine ad una devastante piaga del mal costume della società.
La verità è un’altra: noi pensiamo sempre al maschile, rapportando ogni azione declinandola con il, lo, un, uno, al maschile per l’appunto.
Chi parla ancora di “Quote Rosa”, non fa altro che rimarcare quel confine fra maschio e femmina, in un certo senso collocando la donna nell’angolino oscuro in attesa di una nostra comodità.
E’ orribile pensare a ciò. Qualcuno dirà che solo oggi la donna ha raggiunto i suoi diritti e la colpa è tutta nostra, di noi maschi che l’abbiamo voluta sempre serva, sottomessa e oggetto di piacere.
La donna per secoli non ha potuto scegliere, ne decidere del proprio corpo. Finanche nei testi sacri della Bibbia la donna viene assecondata all’uomo, peccatrice e meretrice, impura e, simpaticamente, generata dalla costola di un uomo, perciò di proprietà.
Fortunatamente oggi le donne hanno libertà, come giusto debba essere; possono decidere del proprio corpo, della propria sessualità e verginità, possono e devono scegliere se essere casalinghe e madri, gli studi e le professioni da svolgere, contribuire attivamente alla vita politica, esprimere la loro preferenza.
Paradossalmente, proprio nel luogo dove hanno ottenuto la parità, sono sempre in discussione sul numero da occupare, quasi a ricordare che il potere è maschile. Una sorta di messaggio subliminale che induce l’esterno a ragionare al maschile quando si parla di potere.
“Quote Rosa”, termine puramente da maschilista, conflittuale con l’odierna società. Sarà vero?
Le donne hanno saputo far valere la loro autonomia sul testosterone. Oggi sono coloro che ci affiancano e comandano. Non esiste differenza lavorativa, pur sapendo che molte realtà le relega a compiti secondari e sminuitivi. Le donne oggi sono manager, capi di stato, econome, docenti, casalinghe, manovali, operaie, sono donne come noi siamo uomini, siamo persone umane con intelletto, capacità, volere e potere.
E’ facile cadere nel tranello nel dire che la donna deve stare a casa perché è l’uomo che provvede al sostentamento; è facile dire lei in cucina, io al lavoro. Scusate, ma fare la casalinga non è un lavoro? Forse un passatempo? Ci dimentichiamo che un tempo ed oggi, le donne lavorano anche nei campi, rompendosi la schiena dopo aver provveduto ai figli, al marito, ai comodi di una famiglia sempre più esigente e poco tollerante, distratta al fabbisogno degli stessi componenti?
Insomma, tutto questo giro di parole, di temi affrontati, per dire che non mi piace più che venga nominato ed utilizzato il termine “Quote Rosa”.
Si, ebbene, a me non piace definire la piena libertà ed autorità femminile nel mondo del lavoro con il termine “Quote Rosa”. E’ un vincolo che riduce il valore della donna, lo sminuisce innanzi alla società, che lo segrega in un meschino numero chiuso di possibilità a fare e dire. Hanno pari diritti ed egual doveri dei maschi e finalmente, possono esercitare tranquillamente tutto ciò che un uomo ha sempre fatto; l’unica differenza è quella morfologica con le sue necessità e funzioni, a differenza di quella somatica che può essere adattata e modificata.
Sarebbe sciocco non evidenziarle, lo sappiamo tutti, ce ne siamo accorti, ed è lo stesso per il maschio.
E’ la natura che lo vuole ed è giusto che sia così. Quella natura così perfetta, adattabile agli eventi e perciò mutevole per la sopravvivenza della specie. Per il resto non vedo alcuna differenza se una donna voglia esercitare funzioni, cariche, lavori, sport, etc…
Noi ci reputiamo uomini, maschi, mariti o compagni, etero o omosessuali, genitori, lavoratori, sportivi; loro sono donne, femmine, mogli o compagne, etero o omosessuali, genitori, lavoratrici, sportive.
Allora, che differenza c’è?
Nessuna, a parte la natura evidente, che viene ringraziata per la diversità soggettiva.
La donna è complemento all’uomo. A volte lo è fra donna, come lo è per l’uomo. Ciò non toglie che, personalmente, opto per la prima definizione pur rispettando serenamente le altre due.
Forse ora mi direte di essere antiquato o legato a convinzioni discriminatorie. Non è così, se la natura ha voluto l’uomo e la donna, il maschio e la femmina un perché c’è e la risposta sta nella procreazione, nella continuazione della specie, umana, animale, vegetale, pur conscio di particolarità ermafrodite e diversità sessuali rispettate ed accettate.
Non sono un moralista cieco e sordo all’evolversi del costume; so bene delle diversità soggettive, del mondo omosessuale, una realtà sempre presente fin dalla notte dei tempi, purtroppo condannata alla vergogna da noi presunti perfetti e finti moralisti. Un tempo e anche oggi, l’omosessualità era discriminata, sbeffeggiata, ridicolizzata da persone poco civili e non umane. L’omosessualità un tempo era interpretata come una malattia per non ammettere la diversità sessuale o per giustificare uno stato di mezzo. Non è così, o meglio la scienza ha ancora opinioni divergenti e noi pure, ma la civiltà dell’uomo, il suo intelletto dev’essere superiore, accettando la persona e non il sesso, privilegiando l’umanità dell’essere nei pregi e difetti, nelle peculiarità, nelle culture, religioni ed usanze. L’arricchimento è assicurato, credetemi.
Comunque sia, sono un convinto etero e preferisco la donna al mio fianco.
“Quote Rosa”, che brutta frase; io l’abolirei in nome di uno “Status Quo” sempre esistito e che oggi può, anzi deve gridare al successo della sua autonomia.
|
Nico Baratta Sono un operaio, con estrazione tecnica ma con la passione delle scienze umanistiche e dell'arte. Sono appassionato di giornalismo e sono cantore di Musica Sacra e Polifonica (http://www.cappellaiconavetere.it/). Promuovo eventi d'Arte per giovani artisti facendoli interagire fra loro e la loro arte. Unire pittori, scultori, fotografi, videomaker, musicisti, fumettisti, writers, poeti, con temi sociali, umani, di letteratura è la mia espressione per far crescere la Cultura alimentandola con le nuove leve che si confrontano. Politicamente sono attivo nel Partito Democratico, promuovendo iniziative volte al miglioramento dello "Status" della mia città di Foggia. Ultima iniziativa è la "Riapertura e Fruibilità degli spazi (chiusi) per l'Arte.
|
Fonte: Article Marketing Italia
nico baratta
Questo articolo è rilasciato con
Licenza
Creative Commons. E' consentita la ripubblicazione integrale senza modifiche
inclusi links ed informazioni su autore e fonte quando presenti.